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sabato 6 giugno 2020

APPROFONDIMENTO: CODIFICARE SUI SOCIAL NETWORK



Il concetto di codifica si è diffuso sempre di più nell’era digitale, soprattutto grazie all’avvento dei social Network, come Facebook, Twitter, Instagram, usati largamente dalla popolazione giovanile, ma non solo.

Essi possiedono alla base due forme di codifica, che sono necessarie per ogni utente che desidera utilizzare tale social Network: username e password.
Quelli appena enunciati sono due tipi di codifica concettualmente molto differenti tra loro, accomunati però dal fatto di essere contemporaneamente presenti in un meccanismo così importante.


USERNAME


Lo username (o, per dirlo all’italiana, il nome utente) ha rilevanza solo dal punto di vista comunicativo. Ogni persona sceglie un nome con il quale mettersi in relazione con gli altri ed essere riconosciuto all’interno della piattaforma; questo è dunque il modo con cui una persona viene codificata in un qualche social.

Esso può essere un soprannome o una sequenza alfanumerica qualsiasi; molto spesso lo username scelto corrisponde proprio al nome di battesimo dell’individuo.


PASSWORD


Il codificare alla base della password, invece, è un concetto molto diverso. Esso è legato alla creazione di una parola che garantisce all’utente che la conosce l’accesso al profilo su quel determinato social.

La presenza di una password nasce per assicurare la protezione dei dati personali di chi la utilizza. Essa si basa sul concetto di cifratura dell’informazione per consentire una comunicazione sicura. La tecniche che sono alla base di questo processo sono state trattate in un articolo precedente al quale si rimanda: https://s270217.blogspot.com/2020/05/approfondimento-il-cifrario-di-vernam-e.html


Prototipo della richiesta di Username e Password al momento dell'accesso ad un Social Network



venerdì 5 giugno 2020

APPROFONDIMENTO: CODIFICARE NELLA MESSAGGISTICA ISTANTANEA


ABBREVIAZIONI ED EMOTICONS

 


La codifica è alla base della comunicazione tra individui. Le stesse parole, attraverso le quali noi interloquiamo, sono formate da combinazioni di lettere reperite da un codice originario, l’alfabeto.
Quando poi la comunicazione va al di là del puro contatto umano e si sposta in ambito digitale, il tipo di codifica che si instaura tra mittente e destinatario può assumere caratteristiche particolari, più criptiche, non totalmente in linea con il linguaggio che abbiamo imparato a scuola.

Sarà per brevità, sarà per semplicità, sarà anche forse un po’ per moda, ma è un dato di fatto, che la stragrande maggioranza di coloro che è solita utilizzare dispositivi di messaggistica istantanea utilizzi o abbia utilizzato parecchie volte simboli, abbreviazioni ed emoticon.

Non c’è nulla di male ad usare questi accorgimenti e questo articolo vuole evidenziare come tali tecniche non siano solo vizi di ragazzi pigri, ma addirittura come esse abbiano portato alla creazione di un vero e proprio nuovo codice di comunicazione.


Selezione di alcune Emoticon


martedì 26 maggio 2020

STEP #18. CODIFICARE NELLA CRONACA

 

PAROLE IN CODICE PER LO SPACCIO DI DROGA


Il linguaggio in codice è stato molto utilizzato nella storia per celare a qualcuno delle informazioni che dovevano essere comprese soltanto dall’emittente e dal ricevitore. Tale procedimento ha giocato un ruolo importante anche nei due conflitti mondiali, ma, come ogni importante invenzione, esso è stato riutilizzato dalla malavita per scopi meno “nobili”, per esempio per celare informazioni alle autorità.

È proprio di oggi la notizia di una banda di spacciatori liguri che è stata arrestata nell’operazione “Grazie Mille”. Tale espressione, infatti era proprio quella che veniva pronunciata per indicare che la droga era stata correttamente consegnata.

Si riporta un articolo del Secolo XIX, autorevole quotidiano ligure, che tratta di questo argomento: https://www.ilsecoloxix.it/levante/2020/05/26/news/spaccio-di-droga-tra-chiavari-e-lavagna-sette-arresti-1.38891772


martedì 28 aprile 2020

APPROFONDIMENTO: CODIFICARE NELLA SANITA'

 

IL TRIAGE CLINICO


Anche nella vita quotidiana si possono riscontrare numerose situazioni in cui si sente il bisogno di codificare, nel senso di attribuire un’organizzazione sistematica ad una certa procedura.

È inevitabile che ciò venga applicato anche nell’ambito sanitario, negli ospedali, dove bilanciare la necessità di mantenere l’ordine e allo stesso tempo tenere conto della gravità delle patologie dei malati. A tale scopo, è stato istituito nel 1996 in Italia il triage clinico, con lo scopo di gestire lo smistamento dei pazienti al pronto soccorso, in base alla gravità della loro patologia.
Ad ogni paziente è assegnato dunque un codice di colore differente, che determina la priorità con cui saranno visitati e curati. Da poco alcune regioni (come il Lazio) hanno deciso di sostituire alla codifica “del colore” una codifica numerica, da 1 a 5, in cui a numero più basso corrisponde patologia più grave.

L’immagine di seguito evidenzia le codifiche più aggiornate all’estate 2019 (in termini di colore e numero) e i tempi di attesa stimati.







domenica 26 aprile 2020

STEP #11. parte C. CODIFICARE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS


AMBITO STATISTICO


Tutti i dati di cui sentiamo parlare, tutte le curve epidemiologiche che vediamo analizzare, siano essi riguardanti guariti, contagiati o decessi, non sarebbero nulla senza il processo di codifica che c’è alla base.

Dopo che i dati vengono raccolti da fonti attendibili, essi vengono analizzati, studiati, codificati e schematizzati. Solo a questo punto, attraverso l’utilizzo di algoritmi, si può ricercare una qualche funzione matematica che rispecchi quell’andamento e che possa permettere di trarne previsioni o stime. Bisogna tenere però presente che quello è solo l’ultimo passo di un’oculata e rigorosa attività di analisi e codifica di quei numeri, che ogni giorno sentiamo, a malincuore, pronunciare in televisione.



Esempio di curva epidemiologica, pubblicata nel Messaggero, il 13 Marzo 2020 (e rivelatasi profondamente errata)